Blog Tour: Recensione di “Ad ogni costo” di Emiliano Reali

« Non senza timori, incertezze, ma non si può vivere senza respirare e l’amore s’insinua in piccole particelle dentro gli organi, sottopelle, aprendo i pori e amplificando le sensazioni, ridestando la memoria di una delizia che una volta saggiata non si può far a meno di bramare ancora, sperando non si dissolva nell’illusione. »

Oggi pubblico la recensione di un libro intenso e viscerale: “Ad ogni costo” di Emiliano Reali, libro autoconclusivo che va però a chiudere la trilogia di cui Bambi è protagonista.

Ma chi è Bambi? Donna, ribelle, insicura, determinata, misteriosa. La musa di un intreccio di storie che giungono al culmine del proprio percorso.

In punta di piedi si entra in contatto con le travolgenti anime che compongono uno spaccato di vita che sempre più ha la necessità di farsi sentire. Luana e Gianni, Jason e Marco con il piccolo Nicolas, Cosimo e Lucy, Alessandro e Anna. Lamù, Desideria, Miss Myra e di nuovo Bambi.

Sembra essere lei il fulcro di tutto, come l’amore che lega i personaggi. Tutti si conoscono, da prospettive diverse e in tempi e modi differenti.
Ognuno con le proprie ambizioni e difficoltà. Imperfetti, umani, vivi.

Scorrono di fronte agli occhi come in un film da Oscar, raccontando la propria quotidianità nel momento in cui questi appaiono. Lentamente, il quadro si fa sempre più chiaro, anche per chi è la prima volta che ne entra in contatto. Le singole storie sono talmente vere che è naturale immedesimarsi e desiderare di poter incontrare i personaggi, per poterli abbracciare e dire loro: Io ci sono.

Lo stile di Reali è d’impatto, riesce a calamitare la mente del lettore nel mondo da lui creato controllandola, accompagnandola pagina dopo pagina e risvegliandola con dolcezza dal cammino onirico formato dalle parole.

“Ad ogni costo” è la meta di un viaggio comune che prende il nome di Identità e da cui tutti dovremmo prendere esempio.

Emiliano ha saputo conquistarmi, d’ora in poi lo cercherò nelle sue nuove storie, in cui non smetterò facilmente di sentirmi a mio agio.

“Ad ogni costo” è disponibile all’acquisto a questo link.

Review Party: “Arte, amore e altri guai” di Alessandra Redaelli

« E smetterò anche di depilarmi. Via! Evviva la libertà! E quando sarò esattamente identica a Helena Bonham Carter nel Pianeta delle Scimmie – comprese le tunichette color cacchina stile vestaglia della portinaia – sarò apprezzata per la mia saggezza e sarò finalmente una donna realizzata e felice. »

“Arte, amore e altri guai” di Alessandra Redaelli è il protagonista di questo nuovo Review Party. Edito da Newton Compton e uscito ad agosto, questo libro dà un tono frizzante alle storie d’amore lette finora.
Dopo tanti anni di matrimonio, la quarantaduenne Martina si accorge che qualcosa nel marito è cambiato: nuovo profumo, più viaggi, più riunioni fino a tardi.
La donna non può fare a meno di pensare che Cesare la stia tradendo, ma al contempo spera sia tutto un fraintendimento. Non ha il coraggio di affrontare la situazione e chiedere direttamente al diretto interessato, perché nonostante tutto ne è ancora innamorata (neanche tentare il tradimento per vendetta le riesce bene) e le conseguenze di un divorzio potrebbero essere disastrose.
La donna è l’esempio su carta per cui si può dire che non si smette mai di imparare nella vita. Nel corso della storia, infatti, Martina cerca una nuova consapevolezza di sé, fino a maturare e a guardare le cose da un’altra prospettiva.
Quella che si prospetta essere una vicenda drammatica viene affrontata con ironia attraverso lo stile della scrittrice che smorza tutto, senza però renderlo banale. Attraverso i pensieri di Martina si ride, ci si arrabbia, ma in un’atmosfera leggera. Ho apprezzato molto l’insieme: la carriera, il significato dell’arte, le vicende dei figli sono una cornice avvincente da seguire.
Una lettura leggera ma che sa intrattenere, consigliata a tutti!

Blog Tour: “L’inganno delle tenebre” di Jean-Christophe Grangé – Terza Tappa: Gaelle Morvan

Benvenuti nella terza tappa del Blog Tour dedicato a “L’inganno delle tenebre”, il nuovo libro di Jean-Christophe Grangé che ospita ancora una volta i personaggi del thriller “Il rituale del male”.
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Ogni tappa rappresenta il profilo di uno dei personaggi ricorrenti, creato appositamente da noi blogger in un breve racconto di presentazione. Oggi è il turno di Gaelle Morvan.
Odio, paura.
Perché non riesco a liberarmene?
Dove diamine è finita la strafottenza che mi ha sempre accompagnato?
Oh, giusto.
Morta quella notte. Insieme al malcapitato infermiere e a Karl.
Per mano mia, proprio come l’uomo che ha cercato di uccidermi.

Non possiamo nasconderci come quando eravamo bambini, Erwan. Non puoi proteggermi sempre, come quando mi stringevi in un abbraccio sotto al tavolo con Loic, mentre il Vecchio e la mamma si maledicevano davanti ai nostri occhi. La nostra è una famiglia maledetta, dovresti saperlo.
Non sei riuscito a proteggermi nemmeno da me stessa, mentre ripudiavo il cibo e il mio corpo lentamente scompariva. Hai sentito i conati, forse, ma non hai potuto fare nulla.
Non puoi salvarmi dagli incubi: l’odore delle feci e del sangue degli animali sugli arti immobilizzati e in balia delle fantasie degli uomini li sento ancora.
Perciò, non prendiamoci in giro ulteriormente. Ho ucciso io l’Uomo Chiodo, o chiunque fosse quel pazzo. Il Vecchio sarebbe fiero del suo angelo diventato puttana?
No, troppo impegnato a dimenticarsi del piccolo scherzetto provocato alla Coltano.
Neppure tentare il suicidio è servito a portare i Morvan al tracollo.
Ma torniamo sempre allo stesso punto: odio, paura.
“Posso odiare mio padre, provare a distruggerlo, ma è soltanto un modo per evitare il vero problema. L’unico sentimento che è in grado di ispirarmi è la paura. Una paura ancestrale, incontrollabile.”
Ecco, forse una cosa sì che è cambiata: sono in vena di fare conversazione. Anziché aprire le gambe, sto aprendo la mia mente a Eric Katz.
Eric Katz, lo psichiatra.
Eric Katz, a cui sto dicendo tutto.
Eric Katz, che mi ha appena invitato a cena.
Cambiamento, si diceva.

Sta’ a guardare, Erwan.

Forse ignorare il nemico per sconfiggerlo stavolta non servirà.

Review Party: Recensione di “L’equinozio di Xipe” di Giovanni Oro

« La paura fa vivere, il panico è l’anticamera della morte. »

In un mondo in cui l’uomo ha la quasi totale supremazia dell’universo, è il caos a predominare. Lo si percepisce fin dalle prime pagine del libro “L’equinozio di Xipe”, in cui un gruppo di soldati è intento a sconfiggere i ralt, razza aliena nemica giurata.
Nonostante la tecnologia avanzata e il potere sconfinato, l’uomo desidera di più: l’avarizia scorre nelle vene dei politici dell’Impero, che spingono le proprie leve a raggiungere l’ultimo avamposto dei ralt.
Solo conquistando il pianeta Xipe l’umanità avrà davvero vinto. 
Mentre i soldati vengono inviati verso la morte certa, le storie di alcuni di questi si intrecciano per completare la missione e conquistare i cuori dei lettori. Forti esteriormente, nascondono nei meandri dell’animo i sentimenti per non perdere di vista l’obiettivo finale. Ma l’essere umano non è come la tecnologia che sempre più ha sviluppato, c’è molto più del sangue e dei tessuti. Può essere questo l’arma vincente o la rovina più totale?
Giovanni Oro è un vero maestro della strategia militare: le descrizioni che accompagnano l’azione addentrano il lettore nel cuore della storia senza appesantire negativamente l’atmosfera, già opprimente. La fantascienza da lui creata è degna dei capisaldi del genere. Non ho potuto fare a meno di provare le stesse sensazioni della visione di Battlestar Galactica, una serie tv classica caldamente consigliata. Ho apprezzato molto l’originalità dell’ambientazione, la cultura di una civiltà umana che ci assomiglia, ma al tempo stesso è lontana anni luce nel bene e nel male. I personaggi, specie quelli femminili, sono un esempio d’indipendenza e potere, unito al desiderio di rimanere integri e umili in un mondo corrotto e sempre più egoista.
“L’equinozio di Xipe” saprà conquistarvi anche grazie agli elementi nostalgici, che vi riporteranno a vecchie letture e visioni.
Sono felice che la Leone Editore mi abbia dato la possibilità di conoscere un talento come Giovanni, di cui spero di poter leggere la prossima opera a breve.

Blog Tour: “Vorrei essere mio fratello” di Markus Zusak – L’amore ai tempi di Zusak

In occasione dell’uscita del libro “Vorrei essere mio fratello”, secondo della trilogia “The Wolfe Brothers” di Markus Zusak, insieme ad altri blogger è stato organizzato un tour per introdurvi all’interno del mondo di questo talentuoso scrittore che è riuscito a conquistare milioni di lettori, inclusa la sottoscritta.
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Ciò che maggiormente colpisce dello stile di Zusak è la freschezza e spontaneità con cui trasmette emozioni attraverso la scrittura. In ogni suo libro l’amore è di sicuro un elemento basilare, mio è il compito quest’oggi individuare per voi degli esempi.
In “Storia di una ladra di libri”, è subito lampante l’intenso legame che lega la piccola Liesel alla lettura, nonostante viva in un momento storico in cui è il terrore a farla da padrone:
1. Ripensandoci, Liesel avrebbe saputo dire esattamente che cosa pensava Papà mentre scorreva la prima pagina del Manuale del necroforo. Rendendosi conto della difficoltà del testo, era ben consapevole che, per Liesel, un libro siffatto era tutt’altro che l’ideale. C’erano parole che creavano problemi anche a lui, per non parlare poi dell’argomento macabro. La ragazza, dal canto suo, aveva un così impellente desiderio di leggere che non provava neppure a capire. In un certo senso, forse voleva essere sicura che suo fratello fosse stato sepolto a dovere. Qualunque ne fosse il motivo, la sua fame di leggere era intensa quanto può conoscerla qualunque essere umano di dieci anni.
2. La stanza si ridusse prontamente, finché con qualche breve passo la ladra di libri riuscì a toccare gli scaffali. Fece scorrere il dorso della mano sul primo piano, ascoltando il fruscio delle sue unghie che sfioravano la spina dorsale di ogni libro. Pareva il suono di uno strumento, o un rumore di piedi in fuga. Usò entrambe le mani. Le fece correre su uno scaffale dopo l’altro. E scoppiò a ridere. La voce le crebbe acuta in gola, e quando infine si arrestò e rimase immobile al centro della stanza, passò vari minuti ad andare con lo sguardo dagli scaffali alle proprie dita. Quanti libri aveva toccato? Quanti ne aveva sentiti? Avanzò di nuovo e lo rifece, stavolta molto più lentamente, con le palme delle mani protese, per permettere alla loro carne di percepire il minuscolo ostacolo di ogni libro. Era come una magia, come la bellezza, mentre vivi raggi di luce splendevano su un candeliere. Più volte quasi tirò fuori del suo posto un volume, ma non ebbe l’ardire di disturbarlo. Erano troppo perfetti.
In “Io sono il messaggero”, il protagonista assoluto è l’amore che Ed prova segretamente per Audrey. Un sentimento talmente forte che porta il ragazzo a gettarsi in altro, per non rovinare il rapporto d’amicizia. Ma come può tentare di instaurare una relazione con un’altra persona, se i suoi pensieri tornano sempre a lei?
1. La guardo… vorrei tanto che ce ne andassimo dentro e facessimo l’amore sul divano.
Che ci fondessimo l’uno nell’altra.
Che ci prendessimo.
Che ci facessimo.
Ma non succede niente.
Ce ne stiamo seduti lì, a bere una bottiglia di vino aromatizzato da quattro soldi che ha portato lei, mentre accarezzo il Portinaio con i piedi.

2. Mi alzo, obbedendo a un impulso, vado da Audrey e la bacio sulla bocca. Assaporo le labbra rosse, la carne, l’aria dentro di lei, e con gli occhi chiusi sento lei per un secondo. La sento, e questa sensazione mi sfreccia accanto, veloce. Mi attraversa, mi passa sopra, e adesso ho caldo e freddo e sto tremando, sono abbattuto. Abbattuto dal suono della mia bocca che scivola via dalla sua, finché tra noi non cala un silenzio incerto.


Eccoci giunti alla trilogia The Wolfe Brothers, che ha inizio con “A 15 anni sei troppo vecchio”, proseguendo con “Vorrei essere mio fratello”. Il rapporto tra Cameron e Ruben va oltre il legame di sangue ed è più forte delle differenze di ognuno. Cameron segue il fratello nelle bravate, fantastica sulle ragazze che trova stampate nelle sue riviste. Quando conosce Rebecca, infine, entra in collisione con la sua prima cotta e con l’ingenua temerarietà che questa porta con sé:
1. Ero lacerato tra l’amore che provavo per il suo viso e il suo corpo, e quello per la sua voce. Il viso aveva carattere, certo. Forza. L’amavo. Amavo il suo collo e la sua gola, le sue spalle, le braccia e le gambe. Amavo tutto di lei…

2. Giurai a me stesso che se mai avessi avuto una ragazza, l’avrei trattata bene, non sarei mai stato uno stronzo, o un porco, e non le avrei mai fatto del male.
Lo giurai a me stesso, ed ero assolutamente sicuro che l’avrei fatto.

Nel secondo capitolo, i due fratelli tornano con maggiore maturità e consapevolezza, cercando di affrontare una situazione famigliare delicata che mostra ancora una volta l’amore che intercorre tra i Wolfe:
1. Siamo dei sopravvissuti. Siamo lupi, cioè cani selvatici, e questo è il nostro posto, in città. Siamo piccoli, e viviamo in una casa piccola in una piccola strada urbana. Vediamo la città, la linea ferroviaria, ed è tutto molto bello in un modo pericoloso. Sì, sono cose pericolose perché condivise dalle persone, che le usano, che si battono per esse.

2. Ricordo chiaramente quei momenti: ricordo come, a fine giornata, quando il sole tornava a fondersi nell’orizzonte, papà veniva da noi con dei chiodi in mano e ci diceva: «Bambini, questi sono chiodi magici». E il giorno dopo, quando ci svegliavano i colpi del martello, ci credevamo. Credevamo che quei chiodi fossero magici, e forse lo sono ancora perché ci riportano indietro, a quel rumore. A quel rumore martellante. Ci riportano a nostro padre, a com’era allora: un uomo alto, forte, chino a lavorare, con un sorriso severo, i capelli ispidi e ricci. Aveva le spalle lievemente incurvate, indossava una camicia sporca. E i suoi occhi erano pieni di vita… Si sentiva appagato… aveva l’aria di chi ha il pieno controllo della situazione, di chi è convinto di comportarsi bene, mentre martellava sotto quel cielo color mandarino o nel crepuscolo che arrivava pian piano, bagnato da una lieve pioggerellina, con le gocce che cadevano come piccole schegge dalle nuvole. A quei tempi era nostro padre, non un semplice essere umano.
«Adesso è troppo reale», rispondo a mio fratello. Non c’è molto altro da dire, quando hai appena visto il tuo vecchio bussare alla porta della gente, per cercare lavoro.
Una persona reale.
Che tutta questa realtà fa vacillare.
Mezzo uomo, ma…
…ancora umano.


Una cosa è certa: i libri di Markus Zusak meritano di essere letti. Nonostante i protagonisti possano essere più o meno lontani da ognuno dei lettori, questi parlano di fatti ed emozioni reali e autentiche, che sanno toccare chiunque perché chiunque, almeno una volta nella vita, ha provato le stesse cose.