Recensione: “Gala Cox – Il mistero dei viaggi nel tempo” di Raffaella Fenoglio

« No, non era possibile che stesse succedendo davvero. A me, poi. E dire che non ero una impreparata a questo genere di situazioni. »

Attenzione: la seguente recensione potrebbe non essere esente da spoiler. Invito i lettori a leggere con cura.
È un gran dispiacere parlare di un libro quando non ha soddisfatto le proprie aspettative.
Il libro della Fenoglio si presenta come una storia fantasy, con qualche elemento steampunk e dalle tinte vittoriane di una Londra ormai dimenticata. Un viaggio nel tempo, di quelli veri, tra misteri, spiriti e omicidi.
Le premesse sono positive, la copertina attira; bello pensare che spendendo  14,90 si ha tra le mani un buon prodotto, di ben 485 pagine.
Insomma, non potevo chiedere di meglio.
La protagonista è Gala Cox Gloucestershire, ragazzina quattordicenne alle prese con uno dei periodi più difficili che le siano mai capitati. Suo padre è scomparso il giorno successivo ad un’animata discussione; senza dire nulla è andato via, lasciando la figlia in preda ai sensi di colpa.
L’anno prima la sua migliore amica, Nadia, è morta tragicamente. Gala si ritrova quindi sola, troppi sono i ricordi legati alla vecchia scuola, così decide di cambiare. Frequenta il liceo artistico, ma ama le materie tecniche e scientifiche, l’ingegneria, ed è affascinata dai lavori del padre. Qui conosce Dennis, coetaneo e compagno di classe, ragazzo estroverso e loquace, fin troppo.
Gala è restia a creare nuovi legami, la sua vita si concentra sulla giornata scolastica e nella villa in cui abita. Nella sua stanza, tra allevamento di formiche e progetti da realizzare, si sente al sicuro. Lontana dal dolore e dai ricordi.
La madre di Gala è una medium; evoca gli spiriti e comunica con loro. Non è una sorpresa per la protagonista ritrovarsi perfetti sconosciuti, di varie epoche, gironzolare nei corridoi. Specie dal momento in cui la sua tata è proprio uno spirito: Matunaaga, il maggiordomo indiano, e Ildegarda di Bingen, monaca benedettina e governante bacchettona.
Ma quando nella sua stanza si materializza proprio la sua amica morta, rimane spiazzata per la sorpresa. Ora Nadia è una usqead: uno spirito che viaggia nel tempo e che prende il posto di persone che muoiono prima che il loro destino sia segnato. Adesso, infatti, vive nella Londra del 1889 nei panni di Edvige, una ragazza morta a causa di Black Coat, una sorta di Jack lo Squartatore. L’amica ha bisogno di aiuto ed è proprio a Gala che si rivolge; così, insieme, tornano indietro nel tempo.
Fin qui, sembrerebbe tutto chiaro ed avvincente, ma è anche da qui che iniziano i problemi. Innanzitutto, il motivo per cui Gala viaggia nel tempo.
Edvige chiede all’amica di venire nel passato per aiutarla a risolvere un problema di eredità. Lei vuole avere i soldi di un parente defunto per poter fare una vita agiata, ma Mr Roberts ha tutte le intenzioni di impedire che ciò avvenga. Edvige chiede aiuto a Gala soltanto perché lei tiene in ordine la contabilità di sua madre e di conti e calcoli se ne intende.
Personalmente, trovo questo pretesto per l’avvio della storia un po’ debole, tirato per i capelli. Considerando che l’effettivo problema viene alla fine risolto da un facoltoso avvocato, l’unica persona a cui fin da subito ci si deve rivolgere.
Passiamo al punto successivo: il corso degli eventi. Lo stile di scrittura è semplice, grammaticalmente non c’è nulla fuori posto. Ma spesso ci sono parti descrittive, fin troppo descrittive; Raffaella si sofferma su particolari che non danno nulla in più alla narrazione, anzi. Invece di arricchire si ha come effetto il rallentamento generale della storia e la mancanza di colpi di scena. Facendo presente la grandezza del libro, solo nell’ultimo centinaio di pagine si ha la vera e propria azione: concentrata alla fine, con la conseguenza di arrivare alla risoluzione dei misteri frettolosamente. Il percepito è che la scrittrice, ad un dato punto, si sia resa conto di dover concludere il libro in breve tempo e che quindi sia stata incapace di gestirlo al meglio, anche se sua creazione.
Uno degli avvenimenti importanti, è la scoperta dell’identità di Black Coat. Dovrebbe essere un momento di sorpresa e shock; oggettivamente il personaggio in questione era l’ultimo a cui si potesse pensare. Ma a quel punto ero talmente esausta e spazientita che la rivelazione mi è totalmente scivolata addosso senza emozionarmi. Per non parlare della successiva morte di questo antagonista, risolta in quattro e quattr’otto nel giro di un paio di capitoli:
Capitolo 60: Black Coat è vivo.
Capitolo 61: Totale cambio di scena.
Capitolo 62: Nelle prime righe, Gala chiede a Dennis che fine avesse fatto Black Coat. Lui semplicemente le risponde che si è buttato nel Tamigi, che ha aspettato un po’ di tempo che riemergesse, senza risultato.
Altro difetto è stata l’incapacità di identificarmi nella protagonista. Gala è piena di debolezze e passa tutto il tempo a lamentarsi dei suoi difetti e delle sue incapacità, ma al contempo dimostra una spiccata intelligenza e attimi di indomito coraggio.
Posso ipotizzare che sia la differenza di età che ci separa a non farmi calare per niente nei suoi panni. Non che io non abbia problemi, ben inteso.
Mi ha ricordato molto Nina, la protagonista della saga per ragazzi “La bambina della Sesta Luna” scritta anni fa da Moony Witcher. Semplice, con storie corte soprattutto. Che danno al lettore gli elementi essenziali per continuare ad andare avanti. Custodisco le sue avventure con affetto, memore che le lessi proprio a quattordici anni e che quindi riuscii perfettamente ad immedesimarmi.
Ad ogni modo, lentamente, si arriva all’epilogo. È subito chiaro che tante cose si siano risolte, ma che ben altre siano rimaste in sospeso. Dopo 68 capitoli il padre ancora non è tornato e solo in quello precedente a Gala è stato rivelato qualcosa su ciò che è realmente. È proprio in questo momento che, trovata la sabbia giusta, la bambina riesce ad attivare il meccanismo dell’Ecbàtana, il congegno che permette la reazione spazio-temporale, e finalmente compare lui, Sam Gloucestershire. Per brevi attimi, dopo qualche saluto, annuncia che ha ancora del lavoro da svolgere e senza altre spiegazioni, scompare di nuovo.
Gala in quel momento, costernata dall’incredibile avventura, decide che è arrivato sul serio il momento di crescere e di dare uno strappo al passato, per quanto doloroso potesse essere.
Sapere che la storia non fosse conclusa è stata la delusione più grande. Per quanto mi riguarda, il viaggio finisce qui, non sono per nulla invogliata a continuare e leggere il seguito.
Potevi essere un capolavoro, Gala Cox.

Ma per me non è un mistero che sia stata, purtroppo, una perdita di tempo.

Recensione: “Odio la magia” di Guido De Palma

« Ricordava bene quella prima volta. Erano in giardino, sotto la pergola di glicine – il suo posto preferito per studiare, forse perché era dove poteva distrarsi più facilmente. Aveva cercato di sollevare il libro usando i suoi poteri, ma non c’era riuscita subito. Per lei la Magia era una cosa nuova, aliena. Allora non ne capiva l’importanza. »

Dal mondo degli autori emergenti, presento al mondo letterario Guido De Palma, che debutta sugli store online con il suo primo racconto: “Odio la magia”.
Prima di qualsiasi approfondimento, è necessaria una breve ma importante premessa: quella che ci si appresta a leggere è una storia introduttiva della dilogia intitolata “Ankan Saga”, di prossima pubblicazione.
“Odio la magia” è disponibile gratuitamente dal 28 marzo su Amazon.
Quando ci si approccia al genere fantasy, la prima cosa che probabilmente viene in mente è una realtà in cui la magia esiste e può essere utilizzata. Chi ha un minimo di immaginazione e ama perdersi nei suoi meandri , avrà sicuramente fantasticato e desiderato di essere un mago e semplificare ciò che, umanamente parlando, è difficile se non impossibile da realizzare.

Elydia è una maga, ma fin dalla tenera età odia il suo Dono. Nonostante questo viene affidata al Mago Falibor affinché le faccia da maestro e la introduca nel mondo dei Maghi. Più il tempo passa, più Elydia si rende conto di quanto l’uomo sia importante per lei: non le insegna solo la Magia ma anche essere una donna.

La ragazza quindi si lascia trasportare dai sentimenti, nonostante le relazioni tra maghi siano proibite da secoli. Questa è la prima delle quattro storie d’amore che vengono raccontate. Quattro storie al limite della tragicità che porteranno Elydia a conoscere il vero amore dal quale verrà concepito un figlio. Si scopre così che il reale protagonista è proprio il bambino che dovrà nascere: Ankan, destinato al compimento di un’antica profezia.
Rimanendo sul pezzo, punti di forza e debolezze si contrastano ed equilibrano. La scrittura di De Palma è semplice e  lineare; le descrizioni, per quanto brevi, danno gli elementi basilari al lettore per proseguire nella lettura. Alcuni passaggi narrativi sono però un po’ troppo frettolosi e sbrigativi e rendono la storia e il susseguirsi degli eventi leggermente scontato.
L’interesse nell’approfondire la conoscenza del mondo di Varda rimane inalterato, ma tanti sono gli interrogativi che ci si pone alla fine. Interrogativi che da un racconto di presentazione dovrebbero essere sanati, invece ci si ritrova a pensare che per apprezzarlo davvero sarebbe stato meglio conoscere qualche elemento in più sulla saga: un ulteriore racconto, addirittura.
In conclusione, “Odio la magia” è un testo buono ed intrigante, ma non ha l’efficacia necessaria per essere considerato un racconto introduttivo all’effettiva storia.
Non ci resta quindi che attendere con pazienza l’uscita di Ankan Saga, augurando a Guido De Palma di riuscire in una tempestiva pubblicazione e di conquistare tutti con il suo lavoro.
Per saperne di più, lascio il link al suo sito: http://www.guidodepalma.com/it/homepage/

Recensione: “Level 26” di Anthony E. Zuiker

« Il cacciatore è braaavo, pensò il mostro nel suo nascondiglio. Vieni a prendermi. Vieni a farmi vedere la tua faccia prima che te la strappi via dal cranio. »

Difficilmente ho paura.
O meglio, sono una delle persone più fifone di questo pianeta, ma se c’è una cosa che mi mancava provare leggendo un libro è proprio la paura. Solitamente è di fronte a certe immagini o ascoltando particolari musiche che si entra in quello stato d’animo da: “Ok, adesso succede qualcosa, sicuro.” e nonostante le previsioni ci caschi sempre, ogni volta, matematico.
Ma con un libro è diverso: per sapere come va avanti sei tu che devi muovere gli occhi e continuare a leggere parola dopo parola; e quando arrivi alla scena in cui lo spietato killer sta agendo è troppo tardi, ci sei dentro con gli occhi, i pensieri e le emozioni.

Avrei dovuto aspettarmelo, da Level 26. Insomma, basta guardare la copertina per intuire qualcosa, un minimo.

La trama di fondo è semplice: un assassino, i suoi delitti, la polizia alle calcagna.
Ma quello che si viene a scoprire subito è che “il mostro”, Sqweegel, è classificato come un “Livello 26”. L’FBI ha una classifica di venticinque livelli, dai criminali occasionali a quelli più spietati.
Questo uomo va oltre ogni categorizzazione, così come l’esperto chiamato a risolvere il suo caso aperto da oltre vent’anni: Steve Dark. Sa che non sarà semplice fare di nuovo i conti con il passato, riaprire porte che avrebbe preferito rimanessero sigillate, ma sa di non poter di nuovo lasciare tutto. La sua abilità di immedesimazione può portarlo finalmente a chiudere i conti con colui che gli ha rovinato la vita. Ma come si può prevedere le mosse di qualcuno che non ha un modus operandi?
Più che la storia, ad essere originale è il modo in cui viene raccontata. Ci sono dei salti, tra la mente dell’assassino e le pianificazioni della polizia, intervallati da un sito e un codice.
Il sito è realmente esistente: http://level26.com/
Inserendo il codice suggerito, il lettore può vedere la scena che ha appena visto nella propria mente.
Come aumentare l’ansia. Adatto per i deboli di cuore, come me.
In sostanza, il libro è bello nella sua semplicità, coinvolgente e intenso. Le scene sono descritte molto dettagliatamente, crude al punto giusto.
Ringrazio Zuiker, per avermi fatto passare settimane in preda al terrore nel sentire lo scricchiolio della porta della mia stanza aprirsi. Di notte. Quando tutti in casa dormono.

Recensione: “La strada” di Cormac McCarthy

« Tutto bene?, chiese l’uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro. »

Il mondo è vittima dell’umanità, l’umanità è causa del suo male. Ora non c’è più vita, l’uomo è costretto a sopravvivere in mezzo alle macerie, a difendersi dai suoi simili. “Homo homini lupus”, “Mors tua, vita mea”. 
Ecco cos’è l’apocalisse: lo specchio di un animale portato all’egoismo, alla crudeltà e alla ritrosia. Per avere salva la pelle non si può vendere l’anima o rinchiuderla in un quadro, ma combattere e vincere la selezione naturale nella speranza che passato l’inferno si ristabilisca un nuovo equilibrio. 
L’uomo e il bambino sono alla ricerca di questo equilibrio. Padre e figlio sono in cammino sulla strada verso un luogo dove il sole possa ancora scaldarli. Unici compagni: un carrello, una pistola, delle coperte e quel poco di cibo che riescono a trovare lungo il percorso. In fuga dalle bande di predoni che ormai di umano hanno ben poco, il padre racconta al figlio la propria vita, rievocando la madre morta diversi anni prima. Lo porta nella sua casa d’infanzia, visitano un supermercato in cui il bambino assaggia alimenti a lui tanto sconosciuti. Spesso devono nascondersi, devono combattere contro il freddo e le malattie. Ma rimangono sempre insieme, uniti dall’amore che provano l’uno per l’altro; “portano il fuoco” verso una meta senza nome, come loro, su una strada altrettanto anonima e interminabile, fino all’inaspettato epilogo.
Cormac McCarthy riduce tutto all’osso, come è giusto che sia: i dialoghi minimi, nemmeno scanditi dalla punteggiatura, le descrizioni lunghe racchiuse in frasi molto brevi. Come se anche la scrittura fosse stata danneggiata dalla catastrofe. L’insieme apparentemente povero rende preziosa questa storia semplice e ricca di emozioni.
Individuare ciò che è valido per un vero post-apocalittico è difficile, specie in un’opera dove un reale combattimento non è presente. Ma qui la lotta è lo svegliarsi ogni mattina e avere la forza di alzarsi e proseguire il viaggio; la fortuna di gustarsi un torso di mela e godere anche solo di una goccia d’acqua; la forza di non diventare come tutti gli altri che rinunciano alla ragione e si trasformano in altro. La lotta è quella fatta insieme, resistendo e sostenendosi a vicenda, con l’obiettivo comune di percorrere la strada e arrivare ad un traguardo.

Recensione: “Memorie di una Geisha” di Arthur Golden

« Lei si dipinge il viso per nascondere il viso. I suoi occhi sono acqua profonda. Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti. La geisha è un’artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene. Tutto quello che volete. Il resto è ombra. Il resto è segreto. »

Parola d’ordine: mistero. Il mondo orientale, per noi occidentali, avrà sempre un velo di mistero. Non potremo mai davvero capirlo, ma è anche questo che lo rende così affascinante.
La geisha è uno dei simboli caratteristici del Giappone. Ognuno di noi si figura una bellissima donna, col volto truccato di bianco e le labbra di un rosso intenso e vestita con l’indumento tradizionale detto “kimono”. Spesso la sua professione viene ritenuta come qualcosa di volgare, ma in realtà va ben oltre l’intrattenimento di uomini di un certo rango.
Il “gei” di “geisha” significa infatti “arti” e il termine “geisha” è sinonimo di “artigiano” o “artista”. Le geishe devono imparare l’arte della dialettica, della danza e del canto; devono saper suonare uno strumento musicale e condurre una cerimonia del tè. Non tutte le donne possono esserlo, e chi lo diventa lo è perché costretta. 
Questa è la testimonianza di Chiyo, conosciuta con il nome di Sayuri, sullo stile di vita delle geishe nel periodo della seconda guerra mondiale. Dietro la bellezza di un viso simile ad una maschera kabuki e abiti preziosi e raffinati, si nasconde una realtà fatta di sacrifici e mancanza di libertà. Un mondo dove si perde lo stesso nome, la propria identità e la possibilità di scelta. Ma lei è pronta a tutto pur di poter stare un istante in più al fianco del suo amato Presidente.
Arthur Golden fa breccia nell’incomprensibilità di chi a questa mentalità non appartiene. Lo fa con decisione e precisione, ma attraverso le parole delicate di una donna così diversa da lui per mentalità e tradizioni.