Recensione: “Le dodici domande” di Vikas Swarup

« Dopotutto, com’è saltato in mente a uno spiantato di cameriere come me di partecipare a un quiz per cervelloni? Il cervello non rientra nella lista di organi che siamo autorizzati ad usare. Noi dovremmo usare solo le mani e le gambe. »

Si chiama “Vvum”, ma potremmo comodamente chiamarlo il “Chi vuol essere milionario” dell’India. Un gioco a quiz, 12 domande separano il concorrente dalla vittoria di un montepremi da capogiro. Non è semplice, ma nemmeno impossibile. C’è chi si affida all’istinto, alla fortuna, alla cultura personale. Ma è l’esperienza di vita che porta il protagonista del libro a partecipare alla corsa verso il migliaio di rupie.
Ram Mohammad Thomas, questo è il suo nome. Un nome singolare per un ragazzo cresciuto nei bassifondi di Mumbai, un nome che racchiude buona parte della sua storia. Non si sarebbe mai aspettato di finire in uno dei più popolari programmi del momento, ma di fronte ad ogni domanda che gli viene posta risponde correttamente, fino alla fine.
Dopo aver vinto Ram viene arrestato; accusato di truffa e raccomandazione. Il destino sembra per l’ennesima volta essergli contro, finché l’avvocato Smita Shah non prende le sue difese. Una donna misteriosa, ma determinata a scagionare l’innocente Ram, il quale inizia a raccontarle la sua avventurosa vita e a giustificare man mano le risposte al quiz.
Da qui vengono delineati i tratti di Salim, migliore amico di sempre, Padre Timothy, la prostituta Nita di cui è follemente innamorato, il crudele Maman. Ripercorre le piccole gioie e i grandi dolori che lo hanno portato a quel punto uno ad uno. 
Vikas Swarup mostra uno dei drammatici spaccati del paese, fatto sì di bellezze uniche ma anche di lotte tra bande e mercanti di bambini. Un libro intenso che ha ispirato il film “The Millionaire”, campione d’incassi nel 2010. 
A volte basta essere nel posto giusto al momento sbagliato, fare domande e leggere notizie che apparentemente non farebbero differenza nella vita. Basta una moneta con testa da entrambi i lati come portafortuna e raggiungere i propri obiettivi con convinzione. A quel punto non importerà se si è ricco o povero, musulmano o cattolico, forte o debole. Tutte le ingiustizie subite verranno ripagate e si avrà sempre una scialuppa di salvataggio, come l’aiuto previsto dal quiz. 

Recensione: “Una bambina” di Torey L. Hayden

« Ma in questi bambini c’è di più. C’è il coraggio. Mentre la sera siamo davanti al telegiornale, a sentire di nuove, emozionanti conquiste in qualche terra lontana, perdiamo i veri drammi che si vivono intorno a noi. È un peccato, perché lì c’è più coraggio che da ogni altra parte. »

Le storie vere hanno in genere maggior impatto emotivo sulle persone. Leggere di esperienze, soprattutto drammatiche, lascia a fine lettura come una sensazione di vuoto; si è increduli di fronte a certe realtà, è difficile accettare che molte cose accadano sul serio.
Si rimane per qualche secondo bloccati nel tempo, con gli occhi sull’ultima pagina del libro in questione. Come davanti allo schermo di un computer spento, che è buio ma allo stesso tempo possiamo vederci riflessi in esso.

Torey non poteva credere che quella raccontata sarebbe stata una delle esperienze più belle, ma anche più problematiche, della sua vita. Aveva già lavorato con bambini emotivamente labili, sapeva come comportarsi. Ma quando una mattina legge di un bambino di tre anni legato ad un albero e bruciato vivo da una ragazzina di sei anni, non può immaginare che da quel momento qualcosa sarebbe cambiato.

Non passa troppo tempo prima che Sheila entri a far parte della sua classe di “bambini difficili”. Non parla, ma nemmeno vuole rendersi partecipe alle attività quotidiane e se infastidita ha scatti di pura violenza. Da tutti è considerata irrecuperabile, ma la donna non si arrende. Passerà momenti di stress, di sconforto e frustrazione, ma con pazienza e determinazione farà breccia nel freddo cuore di una bambina solare e da un’intelligenza fuori dal comune. Tutto sembra andare per il meglio, finché l’insegnante scava più nel profondo e scopre orrori che avrebbe preferito non conoscere.
La scrittura è semplice e pulita, la storia lineare nei suoi alti e bassi. Torey Hayden riesce appieno nel suo intento di non scrivere un libro fine a se stesso. È la risposta a tutte le volte che si è sentita dire “Non è frustrante?”, la testimonianza di un mondo generalmente sconosciuto o addirittura quasi ignorato. In mano non ha alcuna soluzione o bacchetta magica, sa che purtroppo dimostrare amore nei confronti di questi bambini non basterà mai, anche se loro sapranno di rimando essere affettuosi ed insegnare molto più di quanto non venga fatto a loro.
Ma è comunque un tributo a tutti quelli che ce l’hanno fatta, una spinta per chi vive questa situazione ed è portato ad arrendersi. Tutti possono essere come Sheila, una bambina piccola che nel suo piccolo è sopravvissuta anche quando tutti la davano per persa.
In una realtà in cui è la crudeltà a fare da padrone, è l’innocenza e il divertimento che sono in grado di contrastarla.