Recensione: “Io sono Alice” di Valentina Agosta

« Era il 1898, a Wonderland sentivamo che sarebbe accaduto qualcosa di strano, si percepiva nell’aria, il cielo aveva perso colore. Lo sentivamo addosso il presentimento che al nostro carissimo amico Lewis, era accaduto qualcosa. »


Di rivisitazioni della storia di “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll ne sono state scritte molte, di generi differenti.
E’ uno dei libri che più mi rappresentano, mi piace quindi leggere opere ispirate e non mancano quelle che sanno soddisfarmi.

Quello di oggi, purtroppo, non è uno di questi casi.

“Io sono Alice” è un racconto di circa una decina di pagine scritto da Valentina Agosta, che gentilmente mi ha chiesto di leggerlo e recensirlo.
La storia scorre velocemente, proprio per la sua lunghezza. Il tempo di un tè in compagnia del Cappellaio Matto.

Qualcosa d’incomprensibile sta accadendo a Wonderland, Alice e i suoi amici lo percepiscono. Un’ombra oscura incombe sul loro mondo, poco tempo rimane per comprendere come salvarsi. Di una cosa sono certi: qualcosa di terribile è accaduto al loro creatore. Ad Alice non rimane che un’unica cosa: risalire la tana del coniglio in cui anni prima era precipitata e salvare Carroll e Sottomondo.

La storia, seppur breve, ha delle intriganti premesse. Quello che però non ho potuto ignorare, sta proprio alla base. Parecchi sono gli errori grammaticali e ortografici che ho trovato, anche piuttosto gravi come i tempi verbali sbagliati. Alcuni passaggi risultano confusi, come le descrizioni messe tra virgolette come se facessero parte di un dialogo; oppure parti scritte in prima e in terza persona, nonostante il punto di vista rimanga sempre quello della protagonista. Questo, ma anche altro.

Non ho compreso il rapporto che s’instaura tra Alice ed un altro personaggio, i quali da perfetti sconosciuti d’un tratto si scambiano un bacio. Non ci sono elementi sufficienti per un’evoluzione di questo tipo, per questo ho reputato il racconto troppo poco approfondito.

Un’idea carina, rovinata alla radice.

Recensione: “I colori dopo il bianco” di Nicola Lecca

« Circondata dalle menzogne e attorniata dai segreti, Silke si rifugiava sempre più spesso negli stabilimenti termali di Seefeld: un’enclave di verità, una zona franca in cui uomini e donne – avvolti dal vapore mentolato del bagno turco – si dedicavano al benessere del corpo in piena nudità. Niente più acconciature o vestiti: niente più trucchi o gioielli. Alle terme di Seefeld le cicatrici, le occhiaie, le vene varicose, i seni flaccidi e la cellulite finalmente trionfavano: svelando a Silke che, per fortuna, la fragilità si trovava ovunque: e non soltanto dentro di lei. »


La perfezione non sempre calza a pennello.
A ventiquattro anni Silke, giovane ragazza che ancora non si sente donna, comprende che la bianca Innsbrouk le sta troppo stretta e decide di partire per andare lontano, alla ricerca di nuovi orizzonti.
A tentarla verso una nuova visione di vita ci pensa la città di Marsiglia, con il mare, il calore e i variopinti edifici.
La paura del cambiamento e la consapevolezza di essere sola in quel viaggio la tormentano, ma non per questo Silke si arrende: lo smarrimento iniziale si trasforma ben presto in energia positiva che la porta a scoprire un lato di sé che fino a quel momento era represso nella sua anima, dietro alla rigidità e serietà instillate dal padre.

Ad accogliere il suo dolore, la donna troverà dei personaggi particolari e unici, inaspettati ma in attesa da sempre del loro incontro. Nuovi profumi, l’esplosione di colori, abitudini a lei sconosciute la stimoleranno ad intraprende un altro tipo di cammino: quello verso la felicità e il sorriso sincero per la vita.

Spesso le coincidenze, anche quelle più spiacevoli, innescano eventi che sfuggono al nostro controllo. L’unica cosa possibile da fare è sottostare alle imposizioni oppure trovare il coraggio di fare qualcosa di azzardato ed imprevisto agli occhi degli altri e andare alla ricerca di ciò che può farci stare davvero bene.

“I colori del bianco” ha uno stile semplice e scorrevole, ma una storia intensa e coinvolgente che fa scappare un sospiro di sollievo e soddisfazione alla sua conclusione. La forza dei colori assume un ruolo importante, dopo tanti anni ad osservare una vita monotona e pallida.

Nasce il desiderio di essere un po’ Silke: poter conoscere le persone che le miglioreranno la vita per riuscire a raggiungere una visione prepotentemente positiva, senza pensare subito ad arrendersi di fronte agli ostacoli, sarebbe l’ideale per chiunque sia fragile e ancora alla ricerca della giusta filosofia.

Nicola Lecca, che si definisce artigiano della parola e ancora scrive con la penna beandosi dell’inchiostro che gli colora le mani, studia i propri scritti per anni, viaggiando e conoscendo persone e sentimenti in grado di ispirarlo. I suoi libri, nonostante siano veloci da leggere, sono talmente travolgenti da lasciare addosso al lettore una seconda pelle, che rimarrà con lui per lungo tempo. Per me, “Hotel Borg” rimarrà nel cuore e nelle classifiche di sempre.
Distanziando così tanto un’opera dall’altra, è possibile notare un cambio di stile, che rimane costantemente incisivo nella mente di chi legge. Tematiche forti vengono trattate con gentilezza, precisione e sentimento, come una fiaba che nel suo incanto non manca di essere cruda e d’impatto, come lo è il mattone della realtà.

Nicola Lecca è uno scrittore italiano ancora troppo, ingiustamente, poco conosciuto, ma che silenziosamente ti entra dentro e ci rimane. Ad ogni lettura è come salutare di nuovo un caro amico.

Il libro è acquistabile in tutte le librerie e comodamente su Amazon, a questo link

Recensione: “Omicidi in si minore” di Davide Bottiglieri

« Quello che feriva più Ljudevit, era l’inconscia ma rifiutata sensazione che Dio, non solo non fosse che un misero spettatore, ma rappresentasse il vero e proprio mecenate che aveva commissionato l’opera. »


L’ispettore Ljudevit Alecsandri osserva da lontano l’esecuzione sentenziata, in sottofondo le urla della madre dell’uomo il cui collo ora penzola sul patibolo. Le vittime condannate lo perseguitano la notte, negli incubi privati lontani dalla pubblica piazza.
Ancora non sa che dal freddo dicembre 1780 il distretto di Cluj sarà sconvolto da una serie di omicidi inspiegabili, in grado di mettere in dubbio il suo fidato intuito. 
I paesani, condizionati da culti esoterici e mentalità arretrata e superstiziosa, non possono che trarre un’unica conclusione: il Diavolo è tra loro ed è così che li punisce. 
Mentre i più si aggrappano alla fede, Ljudevit percorre le vie scrutando ogni sguardo che incontra, cercando il barlume omicida che può porre fine al suo tormento.
Le mosse dell’assassino dissemineranno il suo cammino, come in un viaggio preciso ma criptico; quando questo sembrerà dare indizi all’ispettore, non farà altro che portarlo a perdersi nel dubbio.
Il periodo storico è ben descritto e definito, rende con successo l’idea di una realtà esasperata e imprigionata in precetti che non possono fare altro che vacillare fino a frantumarsi. Le citazioni ai passi della Bibbia arricchiscono appropriatamente una narrazione coinvolgente e dai risvolti inaspettati.
Un pensiero s’insidia nella mente, pagina dopo pagina: l’umanità è un fantoccio con fili invisibili legati alle braccia e tesi verso l’alto.
“Omicidi in si minore” di Davide Bottiglieri sarà disponibile dal 15 marzo.
Ringrazio la Les Flaneurs Edizioni per avermi fatto leggere in anteprima questo libro.

Recensione: “Hai conquistato ogni parte di me” di Alessandra Paoloni

« Accetta quello che ti viene offerto e fallo con un sorriso. Al resto pensa la vita. »


Nicoletta Catullo si definisce così: laureata con lode in giornalismo, scrittrice mancata e penna fidata di «Ab Urbe Condita».

Quando il direttore del settimanale per cui lavora le affida il compito di intervistare gli attori della nuova fiction italiana sulla famiglia Borgia, la donna sa di avere un’opportunità imperdibile per dimostrare il proprio talento. Sembra avere la situazione sotto controllo, fin quando sul set non fa la conoscenza di Luke Grady, l’interprete di Cesare Borgia.
Affascinante quanto sicuro di sé, l’uomo è cosciente della sua presa sul genere femminile, tanto da diventare noto alle testate giornalistiche di gossip più famose. Ma Luke è ancora un piccolo astro, da poco entrato nel mondo privilegiato delle vere stars. Attirato dall’indifferenza manifestata dalla giornalista nei suoi confronti, l’attore decide di attuare una mossa di marketing ed ingaggiare proprio lei come finta fidanzata fino alla fine delle riprese della serie tv, confidando che questa mossa possa giovare alla propria popolarità e carriera.
Messa alle strette e convinta con l’inganno, Nicol firma il contratto e si prepara ai cambiamenti che inevitabilmente sconvolgeranno la sua vita.
Quanto può essere sottile il confine tra finzione e realtà?

Probabilmente ora farò la figura della sadica, ma quando sono arrivata al punto di scoprire di questo contratto non ho potuto fare altro che ridere, divertita.
Anziché trovarmi di fronte ad un romanzo rosa dai toni seri e drammatici, un genere a me lontano come gusti personali, il libro di Alessandra Paoloni ha saputo sorprendermi, offrendo una storia frizzante ed esilarante, con un linguaggio semplice ma uno stile scorrevole.

Già in passato ho avuto modo di leggere altro dell’autrice: il fantasy “La discendente di Tiepole” e l’erotico “È te che aspettavo” mostrano differenti sfaccettature di una scrittrice talentuosa e in grado di giostrarsi bene in differenti generi.
“Hai conquistato ogni parte di me”, edito dalla Newton Compton Editori, ne è l’ennesima prova.

Potete acquistare il libro in formato ebook dal 14 marzo, direttamente sul sito della casa editrice oppure seguendo questo link ad Amazon.

Grazie ad Alessandra per avermi dato l’opportunità di leggere in anteprima la sua opera.

Recensione: “Shinigami&Cupcake” di Francesca Angelinelli

« Il fumo si avvolse in volute attorno al suo corpo, diradandosi lentamente, fino a esplodere in una nube grigia simile a nebbia, da cui uscì una creatura dalla forma umana, ma con immense ali, simili a quelle di un pipistrello, sulla schiena, il volto di un demone, con lunghe zanne e segni simili a tatuaggi neri sulla pelle grigia della guancia sinistra, e mani, armate di artigli, che stringevano una falce che risplendeva di riflessi argentei. 
Uno Shinigami” mormorò allora Minami, sentendo il cuore che accelerava fino quasi a fermarsi e la testa che le girava, mentre le gambe, infine, le cedevano. »


Cosa accomuna gli Shinigami e i cupcake?
Questa è stata la prima domanda che mi sono posta quando l’autrice Francesca Angelinelli mi ha proposto di leggere la sua ultima fatica, un libro fantasy ambientato nella Tokyo contemporanea.
Lo shinigami, divinità che simboleggia la morte nella mitologia giapponese e i cupcake, deliziosi dolcetti americani, potrebbero davvero avere nulla in comune.
Così come i due protagonisti del libro, Minami e Shin, che fin dal loro primo incontro desiderano non avere l’una a che fare con l’altro.
Ma Minami, oltre che aspirante pasticcera, è una miko (definizione anticamente utilizzata per le sacerdotesse in grado di entrare in contatto con Dio); comunica con i fantasmi e finisce per trasferirsi nell’appartamento di Yurie, da poco deceduta e determinata a trovare il proprio assassino prima di passare oltre.
Ma le morti iniziano ad essere frequenti e tutte apparentemente legate dallo stesso filo conduttore.
La ragazza sarà, pertanto, costretta a prendere reale coscienza delle sue abilità e ad intraprendere un’indagine che la porterà a mettere in discussione non solo i rapporti stretti con chi le sta intorno, ma anche ricordi passati rimasti indelebili nella sua mente.
Ogni personaggio presentato è ben descritto e non mancano i colpi di scena, in grado di ribaltare totalmente delle situazioni solo superficialmente chiare.
L’amore può essere dolce come un pasticcino, ma con un retrogusto unico e particolare se accostato alla morte.
L’atmosfera della mitologia del Giappone è palpabile durante tutta la storia, che rimane godibile e avvincente fino al suo epilogo. Divertenti i riferimenti agli anime sparsi qua e la. 
Da amante dell’Oriente quale sono, non ho avuto difficoltà a stare al passo con la ricca terminologia specifica. Ma la scrittrice, intelligentemente, ha inserito alla fine del libro un glossario completo ed esauriente per fare in modo che tutti potessero apprezzare l’opera.
La caratterizzazione di Minami è probabilmente l’elemento che più mi è piaciuto: impacciata e timida da un lato, ma coraggiosa e determinata (e testarda) nel momento del pericolo.
Non ci sono situazioni da classico in cui il principe salva la principessa, ma è la principessa a salvarsi da sola e a tirare fuori dai guai il principe. 
Caratteristica non più così tanto originale, ma comunque da non sottovalutare. Sicuramente può essere solo un bene leggere sempre più storie in cui la donna è in grado di essere indipendente nonostante sia innamorata e abbia un uomo forte al suo fianco. Chi vuole intendere, intenda.
Adorabile l’idea di presentare, su fogli scritti a mano e scansionati, le ricette dei cupcake preparati dalla protagonista. 
Sono una frana ai fornelli, ma devo assolutamente provare a cucinarli.