Review Party: Recensione di “L’arte sconosciuta del volo” di Enrico Fovanna

Un fatto drammatico e inspiegabile sta per sconvolgere la vita del paesino piemontese Premosello, che alla fine degli anni Sessanta viene colpito dalla tragica morte di due bambini. Ad aggravare la situazione è il sospettato numero uno, colui che non dovrebbe macchiarsi di peccati ma solo di atti d’amore.
Il piccolo Tobia rimane traumatizzato dall’accaduto. Non riesce a farsene una ragione e cresce con un peso che fa sempre più male. Anni dopo l’accaduto, Tobia ha una vita alla deriva e quasi nulla che lo trattenga ancora a Milano. Una chiamata, che gli annuncia il funerale di una persona a lui cara, lo porta a tornare a Premosello, nei luoghi dell’infanzia che lo hanno segnato. Perché il tempo può nascondere il passato, ma mai cancellarlo davvero.
Con uno stile incredibilmente poetico e coinvolgente, Enrico Fovanna illustra al lettore l’evoluzione di un uomo come tanti altri. Tobia, seppur segnato da una vicenda tragica a lui vicina, vive anche le gioie dell’infanzia, i primi innamoramenti, il calore della famiglia. I continui spostamenti e l’abbandono del paese natale lo rendono a mio parere un individuo scostante che non è davvero capace di mettere radici ma che desidera ardentemente amare ed essere amato. Al tempo stesso però l’ombra della morte non lo lascia mai, tanto che sembrerebbe che lui la inseguisse, attraverso il suo lavoro di medico legale.
Volendo fare chiarezza sul mostro che ha sconvolto il paese, Tobia torna per fare i conti con i tormenti passati e ritrovare i sogni e la spensieratezza di bambino che l’hanno sempre portato a sognare di volare in alto. E più che la risoluzione del giallo è proprio questo il fulcro del libro di Fovanna: ritrovare sé stessi e fare pace con gli scheletri nell’armadio, per poter spiccare il volo verso il futuro senza sentire l’impulso di voltarsi indietro.
“L’arte sconosciuta del volo” è un libro inaspettato e dal contenuto imprevedibile, che mi ha tenuto sul filo del rasoio facendomi riflettere sull’importanza dei ricordi.

Review Party: Recensione di “La nostra Londra” di Simonetta Agnello Hornby e George Hornby

Sono passati più di trent’anni da quando la pluri acclamata scrittrice Simonetta Hornby si è trasferita dalla sua amata Palermo fino a Londra. In lei ha avuto origine ed è cresciuto un amore spropositato per una città così diversa dalle sue abitudini, tanto da diffonderlo attraverso i suoi scritti in un modo così naturale quanto emotivamente potente.
La Hornby sostiene che per godersi Londra basta una mente aperta e curiosa. Attraverso i suoi occhi ho potuto ammirare e innamorarmi di una città che spero un giorno di poter visitare davvero e tutto questo è stato possibile attraverso l’abilità strabiliante della scrittrice di farti entrare nei suoi ricordi e descriverli in un modo tanto nitido da lasciarti credere di essere di fronte a un panorama di meraviglie e luoghi misteriosi, pieni di un fascino unico e tanto preziosi per colei che sta narrando. 
Il romanzo “La nostra Londra”, che ricorda la precedente opera “La mia Londra”, si arricchisce con il punto di vista del figlio di Simonetta, George, offrendo un nuovo punto di vista frizzante, giovane e innovativo. Nel complesso ho percepito per tutto il tempo un’atmosfera calda e amorevole, che sa di casa e famiglia e cancella le paure normali di chi deve spostarsi da un paese all’altro e adattarsi alla cultura ricreando le proprie personali abitudini. Se la madre da quel tocco di nostalgia dei tempi andati al suo racconto, George assume un tono spensierato, più diretto e meno riflessivo, dando dinamicità alla sua città, che passa in un attimo ad un ritmo frenetico e intenso, tipico di chi ha sempre vissuto in quell’ambiente ed è quella la normalità.
“La nostra Londra” è un libro ricco di particolari e aneddoti interessanti, una guida alla città attraverso i sentimenti di coloro che la vivono e hanno deciso di raccontarsi. La lettura scorre intrattenendo, il modo per godersela il più possibile è assaporandola con calma e lentezza, prendendosi tutto il tempo per soffermarsi su ogni dettaglio, leggendo un capitolo per poi fermarsi e fare altro, riprendere la lettura e ricominciare ancora con la magia della vita londinese.
Non solo consiglio la lettura di questo singolo libro, ma anche lo studio delle opere di Simonetta Agnello Hornby, che continua a conquistare consensi attraverso il suo graffiante stile, che lascia il segno nel cuore, facendo riflettere il lettore a lungo su ciò che lei si è soffermata a raccontare.

Review Tour: Recensione di “Osservatore Oscuro” di Barbara Baraldi

« “Lei mi sembra una brava persona. Non come certa gente, che non ha alcun rispetto per coloro che riposano tra queste mura. Ma si ricordi, ci sono diversi tipi di angeli, e alcuni non hanno niente di celestiale.” Una breve pausa. “È l’angelo della morte, quello che troverà laggiù.” »

Non sempre le cose vanno come vorremmo.
Questo è ciò che si ripete Aurora: non ha chiesto lei di avere quel proiettile piantato nella testa, né tanto meno di assistere alla danza tra la vita e la morte. Desidera solo pace ed equilibrio, in Sparvara sperava di trovare tutto questo e molto altro. Ma il suo lavoro, ciò che la qualifica, sembra essere diventata una maledizione. L’incubo del Lupo Cattivo era soltanto l’inizio, ma in quella notte di quattro mesi dopo, al cimitero di Certosa, i mostri ricominciano a sussurrare, viscidi, agli angoli della sua mente. Non se ne sono mai andati e mai andranno via davvero. 
Nei propri occhi, Aurora stampa l’immagine del proprio riflesso, scritto a caratteri indelebili sul ventre della vittima per cui è stata chiamata ad indagare. I suoi colleghi la osservano, tra la pietà, lo sgomento e il sospetto. La mente umana è labile, tanto da trasformare la fiducia in colpevolezza: la donna, che non sa interpretare la sua, di mente, inizia una battaglia diretta contro le accuse ingiuste, mentre c’è chi la osserva nell’ombra e che si diverte nel vederla incastrata in eventi architettati in maniera sopraffina, solo per lei. Per vederla cadere nel buio, ancora. 
Il lettore è esso stesso un osservatore oscuro, che dall’alto segue Aurora in questa nuova indagine. Nessuno sa dove gli eventi porteranno e a quali scoperte gli occhi saranno costretti ad assistere. Eppure, non c’è repulsione, ma un desiderio primordiale di proseguire la lettura. Perdersi nell’imprevedibilità ha un lato affascinante, specie quando si ha la sicurezza che c’è una logica e un piano dettagliato su cui tutto si basa. Non serve comprendere questo, ma lasciare che i pezzi affiorino sulla superficie della mente e il quadro si completi all’ultimo, senza avviso, stampandosi nella realtà prima ancora che ci si possa rendere conto.
“Aurora nel buio” e “Osservatore oscuro” sono opere che incutono timore, sia per l’atmosfera thriller che per la mole di pagine da cui sono composti. Barbara Baraldi, però, si dimostra ancora una volta un’abile tessitrice di storie, porgendo la propria immaginazione al servizio di tutti senza lasciare delusione o affaticamento, ma vittime soddisfatte di aver intrapreso avventure tanto coinvolgenti  e dinamiche quanto cupe e drammatiche.
TAPPE:


Review Party: Recensione di “Questo canto selvaggio” di Victoria Schwab


« Avrebbe potuto andarle peggio – la perdita dell’udito era solo parziale – ma era troppo furba per permettere che altri le vedessero. Erano un segno di debolezza, comunque, e la debolezza non si doveva mai mostrare: glielo aveva insegnato Harker a dodici anni, quando le cicatrici erano ancora recenti. “Perché?” gli aveva chiesto, siccome era giovane e stupida. “Ogni debolezza espone la carne” le aveva risposto. “E la carne invita il coltello.” »

Grazie a Giunti ho avuto modo di leggere un libro che mi ha conquistata fin dalla prima pagina: sto parlando di “Questo canto selvaggio” di Victoria Schwab, primo libro di una duologia distopica.

Ho sentito davvero tanto parlare di questa scrittrice, acclamata da molte persone. Avevo il timore che tutta questa carica d’aspettativa non me l’avrebbe fatta apprezzare, invece ora posso capire come mai abbia avuto così tanto successo. “Questo canto selvaggio” è un libro veramente originale.

Ci troviamo a Verity City, una città violenta e spezzata dai diversi scontri provocati dagli umani. Ad ogni azione malvagia commessa, vengono generate delle creature mostruose: i Corsai sono i divoratori di carne, i  Malchai del sangue e i Sunai, più rari, che risucchiano le anime peccatrici attraverso la musica.

Harker e Flynn sono i rispettivi capi fazione: uno a Nord e l’altro a Sud.
Kate Harcker è ossessionata da un unico obiettivo: risultare una degna erede agli occhi del padre. Solo così, lei pensa, potrà conquistare la sua stima e il suo amore.  
August è stato adottato dalla famiglia Flynn, protetto e nascosto alla comunità a causa di un importante segreto: la sua identità di Sunai. Non si separa mai dal suo violino, anche se desidererebbe ardentemente una vita normale, da umano. Il ragazzo, inoltre, non è felice del trattamento riservato: vuole scendere in battaglia e rendersi utile. L’occasione gli si presenta quando viene inviato come infiltrato a spiare il nemico.
Due giovani appartenenti a mondi diversi, ma che sapranno creare un legame d’amicizia indissolubile. La temeraria ragazza vorrebbe scoprire cosa si nasconde dietro il velo di mistero in cui August è avvolto. Quale potrebbe essere la reazione di fronte alla verità?

Il punto di forza di questo libro è sicuramente l’affascinante ambientazione: dai luoghi alle creature descritte, la Schwab è riuscita a creare nella mia mente delle figure ben precise, come di fronte ad un film proiettato al cinema. L’immaginazione della scrittrice sembra non avere confini, sono esaltata all’idea che questa sia solo la prima delle sue opere che ho modo di leggere. Tuffarsi nella sua mente è stata una delle esperienze più belle, quest’anno.

Finalmente una storia che non si basa sull’amore tra i protagonisti, perché a Verity City non c’è spazio per l’amore: è la crudeltà, ormai, a farla da padrona.
Nonostante questo non potrete fare a meno di amare il legame che si crea tra i due ragazzi. August è il mio personaggio preferito, mentre Kate non sono riuscita a farmela piacere totalmente per alcune scelte. 

Un tema come la pericolosità del genere umano, che crea conflitti intestini nonostante le conseguenze catastrofiche, è qui trattato in maniera incisiva e particolare: non è il mostro d’aspetto il nemico, ma la scalata verso il potere e la supremazia corrode le anime dei forti, fino a far dimenticare la propria natura.

Sono davvero felice di aver avuto l’occasione per potervi parlare di questo libro, attendo con trepidazione il secondo.