Recensione: “Quindici Minuti” di Jill Cooper

« Il mio primo pensiero va a mio padre. Ho scambiato un

genitore per un altro e il senso di colpa fa male come il pungiglione
di un’ape.
Faccio la doccia e l’acqua mi massaggia la schiena. La pressione
è molto più forte qui che nel mio vecchio appartamento.
La vita è molto più semplice adesso, ho tutte le comodità che si
potrebbero desiderare. Ma questo non fa diminuire il senso di colpa. Lo intensifica. »

Ho passato un weekend intenso, in compagnia di una giovane donna forte e determinata. Sto parlando di Lara Crane, la protagonista della serie thriller fantascientifica “The Rewind Agency” di Jill Cooper.

Ci troviamo in un futuro non molto lontano, in cui l’agenzia Rewind ha trovato un sistema per viaggiare nel tempo e ne ha fatto il proprio business. Quindici minuti nel passato, rispolverando i propri ricordi, come ombre invisibili. Chi non lo vorrebbe provare anche solo una volta?

Lara ha un solo desiderio: tornare indietro nel tempo per evitare che sua madre venga uccisa in quel maledetto vicolo. Perché sì, lei può farlo: è una dei pochi in grado di interagire materialmente con il passato.
Ma una volta scongiurata la tragedia, tutto cambia: il padre è in prigione accusato del tentato omicidio, sua madre si è risposata e lei ha una relazione con Donovan anziché con Rick.
I suoi vecchi ricordi e quelli di questa nuova realtà si sovrappongono sempre più, fino a farle dubitare della sua vera identità.

Cosa si cela dietro al progetto Banca della Memoria, creato dalla Rewind Agency?

Creare una storia basata sui viaggi del tempo non è per niente facile, specie in un modo tanto originale e coinvolgente. Non ho potuto fare a meno di continuare a leggere, fino all’ultima pagina, con il fiato sospeso e il cuore martellante in petto.

Il ritmo incalzante della narrazione mi ha permesso di non perdermi tra un cambio temporale e l’altro, cosa che purtroppo mi riesce fin troppo semplice, nonostante questo sia un tema che apprezzo molto.

“Quindici Minuti” è un libro pieno di azione e colpi di scena, ancora mi chiedo come mai abbia aspettato tanto a decidermi di leggerlo. Il finale è al cardiopalma: sembra giungere ad una risoluzione, per poi rimettere in discussione tutto. Per mia fortuna ho potuto leggere, subito dopo, “Plugged”: secondo capitolo della serie, per partecipare al blog tour di domani.

Ringrazio infinitamente la Dunwich Edizioni per questa splendida opportunità.

Un ultimo riferimento, degno di nota, va a “Rewind”, una breve novella con un punto di vista diverso rispetto a quello di Lara, molto interessante, specie per le conseguenze che possono abbattersi sul seguito della

serie.


Quindici Minuti e Rewind sono disponibili all’acquisto sul sito della casa editrice e su Amazon.



Review Party: Recensione di “Questo canto selvaggio” di Victoria Schwab


« Avrebbe potuto andarle peggio – la perdita dell’udito era solo parziale – ma era troppo furba per permettere che altri le vedessero. Erano un segno di debolezza, comunque, e la debolezza non si doveva mai mostrare: glielo aveva insegnato Harker a dodici anni, quando le cicatrici erano ancora recenti. “Perché?” gli aveva chiesto, siccome era giovane e stupida. “Ogni debolezza espone la carne” le aveva risposto. “E la carne invita il coltello.” »

Grazie a Giunti ho avuto modo di leggere un libro che mi ha conquistata fin dalla prima pagina: sto parlando di “Questo canto selvaggio” di Victoria Schwab, primo libro di una duologia distopica.

Ho sentito davvero tanto parlare di questa scrittrice, acclamata da molte persone. Avevo il timore che tutta questa carica d’aspettativa non me l’avrebbe fatta apprezzare, invece ora posso capire come mai abbia avuto così tanto successo. “Questo canto selvaggio” è un libro veramente originale.

Ci troviamo a Verity City, una città violenta e spezzata dai diversi scontri provocati dagli umani. Ad ogni azione malvagia commessa, vengono generate delle creature mostruose: i Corsai sono i divoratori di carne, i  Malchai del sangue e i Sunai, più rari, che risucchiano le anime peccatrici attraverso la musica.

Harker e Flynn sono i rispettivi capi fazione: uno a Nord e l’altro a Sud.
Kate Harcker è ossessionata da un unico obiettivo: risultare una degna erede agli occhi del padre. Solo così, lei pensa, potrà conquistare la sua stima e il suo amore.  
August è stato adottato dalla famiglia Flynn, protetto e nascosto alla comunità a causa di un importante segreto: la sua identità di Sunai. Non si separa mai dal suo violino, anche se desidererebbe ardentemente una vita normale, da umano. Il ragazzo, inoltre, non è felice del trattamento riservato: vuole scendere in battaglia e rendersi utile. L’occasione gli si presenta quando viene inviato come infiltrato a spiare il nemico.
Due giovani appartenenti a mondi diversi, ma che sapranno creare un legame d’amicizia indissolubile. La temeraria ragazza vorrebbe scoprire cosa si nasconde dietro il velo di mistero in cui August è avvolto. Quale potrebbe essere la reazione di fronte alla verità?

Il punto di forza di questo libro è sicuramente l’affascinante ambientazione: dai luoghi alle creature descritte, la Schwab è riuscita a creare nella mia mente delle figure ben precise, come di fronte ad un film proiettato al cinema. L’immaginazione della scrittrice sembra non avere confini, sono esaltata all’idea che questa sia solo la prima delle sue opere che ho modo di leggere. Tuffarsi nella sua mente è stata una delle esperienze più belle, quest’anno.

Finalmente una storia che non si basa sull’amore tra i protagonisti, perché a Verity City non c’è spazio per l’amore: è la crudeltà, ormai, a farla da padrona.
Nonostante questo non potrete fare a meno di amare il legame che si crea tra i due ragazzi. August è il mio personaggio preferito, mentre Kate non sono riuscita a farmela piacere totalmente per alcune scelte. 

Un tema come la pericolosità del genere umano, che crea conflitti intestini nonostante le conseguenze catastrofiche, è qui trattato in maniera incisiva e particolare: non è il mostro d’aspetto il nemico, ma la scalata verso il potere e la supremazia corrode le anime dei forti, fino a far dimenticare la propria natura.

Sono davvero felice di aver avuto l’occasione per potervi parlare di questo libro, attendo con trepidazione il secondo.

Recensione: “La farina del diavolo: il ponte maledetto” di Stefano Nocentini

« Ma l’opera d’arte è sterile se non v’è un fruitore in grado di capirla e di goderne: perciò il Creatore aveva creato anche l’Uomo, dotandolo della capacità di comprendere la sua opera, di ammirarla, e di lodarne il sommo Artefice. Ecco dunque la soluzione del problema etico: la via del Bene è la conoscenza, cioè la comprensione del mondo; la via del Male è l’ignoranza, cioè lo sguardo rivolto al contingente, il dominio di Satana. »


Prestate attenzione a quanto vien detto: l’antico monastero del Sudtirolo nasconde tra le proprie mura una prestigiosa biblioteca. È qui che l’appassionato di storia Stefano Nocentini entra in possesso del curioso manoscritto di Stefanardo da Vimercate, in cui i personaggi si mostrano al lettore come in uno spettacolo teatrale.

Facciamo la conoscenza del Granduca di Castiglion Che Dio Sol Sa, che chiede udienza all’architetto Mastro Oliviero dell’Armentara per proporgli un interessante progetto: la costruzione di un ponte granducale sul Rio Burrone per unire le due metà del proprio feudo. Un’impresa fino a quel momento impossibile da realizzare, per le scarse conoscenze e capacità tecniche del tempo. Tormentato dal compito ingrato, Mastro Oliviero riceve la visita del diavolo tentatore, che gli propone un accordo: farà in modo che l’uomo abbia successo in cambio dell’anima innocente della prima persona che attraverserà il ponte a fine costruzione. Oliviero sa che non può resistere al tentatore quando questo inizia a parlare: accetta e parte con i lavori.
L’intreccio dei personaggi presentati è fondamentale per la riuscita della storia. Ognuno ha il proprio scopo e inconsapevolmente contribuisce al diabolico piano di Satana.

Stefano Nocentini è stato in grado di scrivere questa storia utilizzando un gergo e una ritmica che ricordano i testi antichi, non senza inserire termini ed elementi del mondo contemporaneo: una piacevole sorpresa che mi ha più volte strappato un sorriso. Questo connubio, ha reso “La farina del diavolo: il ponte maledetto” un libro sospeso nel tempo.
Una lettura non da tutti, ma che diverte e soddisfa chi si appresta a leggerla.

Ringrazio la gentile casa editrice per questo gradito omaggio.

Potete acquistare il libro a questo link.

Blog Tour: “Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi.” di Maurizio De Giovanni – Prima Tappa Recensione


« I sogni sono infami, brigadie’. Sono subdoli e traditori, i sogni. Ti convincono che la realtà, in fondo, non è del tutto vera, che si può cambiare, che si può migliorare. I sogni ti creano qualcosa nella testa e ti fregano, perché poi senza i sogni non riesci a campare piú. »


Questa è la prima volta che mi trovo ad inaugurare un Blog Tour: è un onore presentarvi l’ultima fatica di Maurizio De Giovanni, “Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi”, uscito il 5 luglio nelle librerie e edito da Einaudi.

TAPPE:

Dal 10 al 15 Luglio i blogger partecipanti vi proporranno delle interessanti tappe, tributo allo scrittore e alla Napoli degli Anni Trenta.

Come da titolo, tornano i casi del commissario Luigi Alfredo Ricciardi, che ormai da dodici anni ci tengono assiduamente compagnia.

Napoli, 1933. Il Natale è da poco passato e il Capodanno è imminente. Durante uno spettacolo teatrale, Michelangelo Gelmi spara alla moglie Fedora Marra. Quello che doveva essere un proiettile a salve, si rivela essere autentico: poco dopo, la donna decede. Per l’uomo si prospettano giorni tutt’altro che festosi, in cui farà di tutto per dimostrare la sua innocenza, nonostante sia stato lui a premere il grilletto.
Un caso apparentemente semplice; ma non per il commissario Ricciardi, tormentato dalle intense visioni dei morti poco prima di spirare e ancora alle prese con i sentimenti per Enrica: ora, forse, possono finalmente trasformarsi in qualcosa di concreto.
Parallelo a questo caso, Maione svolgerà delle indagini riguardanti un’amica del Dottor Modo, ridotta in fin di vita con violente percosse.

Anno dopo anno, è sempre più palpabile l’atmosfera malinconica tipica dei finali in grande stile: non manca molto al fatidico 2019, data per cui lo scrittore continua a ribadire l’intenzione di appendere la penna al chiodo.

Nonostante ciò, è impossibile non provare tensione dalla prima all’ultima pagina e avere timore di quel fatidico sipario per il modo in cui calerà sul protagonista.
Proprio per questo non voglio lasciare spazio a dettagli che potrebbero togliere stupore e attimi di mancato respiro indimenticabili.
“Rondini d’inverno” conferma ancora una volta la bravura di Maurizio De Giovanni nel tessere storie pregne d’emozione, con un inconfondibile stile e la complessa psicologia di tutti i personaggi.

Quando tornerà l’estate, prospetto una situazione ancora più bollente.

“Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi” è disponibile a questo link.

Review Party: “Amami Adesso” di Pepper Winters

« Con lo sguardo mi soffermai sul tapis roulant top di gamma e sulla mia cabina armadio traboccante: quella stanza era parte di me, ma in quel momento era come un nemico.

Tutti erano diventati nemici. Dai colleghi agli estranei, fino ai famigliari. Non stavo bene da nessuna parte, nemmeno con i miei pensieri. »

A conclusione del Blog Tour non poteva mancare la recensione ad “Amami Adesso” di Pepper Winters. La regina del dark romance è tornata in Italia con il quarto capitolo della serie Indebted, che vede Nila Weaver alle prese con un antico debito contratto con la famiglia Hawks.

Il mio rapporto con questa serie è stato molto altalenante: inizialmente poco convincente, poi più intrigante, poi di nuovo come all’inizio. Se si pensa a quanto irrealistico possa essere un debito vecchio di 600 anni, la storia non riesce ad avere basi solide. Ma superato lo scoglio del primo libro e diverse parti scritte solo per allungare il brodo e arrivare a comporre una serie di sei libri, non si può rimanere del tutto indifferenti al rapporto che si crea tra Nila e Jethro, vittima e carnefice inizialmente, amanti successivamente. È proprio alla loro dichiarazione che li abbiamo lasciati: ostacolati per l’ennesima volta dall’irruzione della polizia in casa Hawks, l’uomo riesce a far andare via Nila, che obbedisce senza mai voltarsi indietro.
Tutto questo non è altro che una manovra di V. per trarre in salvo la sorella. Tornare a Londra, per lei, non rappresenta più la libertà: il suo cuore è rimasto a Hawksridge.
Un periodo ancora più difficile attende Jethro, manipolato ancora una volta dal padre e costretto ad assumere costantemente una droga che lo porta a reprimere i suoi sentimenti e tornare il freddo calcolatore di un tempo. Spinto dalla vendetta, riporta con l’inganno la donna nella sua dimora, non per coronare il loro amore ma per farle pagare un terzo terrificante debito.
Quella di Jet e Nila è una relazione tormentata e perseguitata: riuscirà a resistere all’ennesima difficoltà?

Ammetto che la prima parte del libro è stata per me decisamente lenta, ma non posso negare che “Amami adesso” sia al momento il capitolo più intenso della storia. Forse, infine, la Winters è riuscita a inglobarmi davvero nel mondo da lei creato, facendomi provare ansia fino al cliffhanger dell’ultima pagina. Il lettore è costretto a credere all’inesistenza di un epilogo: in un certo senso, spero davvero che la serie finisca in maniera inaspettata e crudele, anche se c’è una parte di me che è già rassegnata ad un finale molto simile a quello dei romanzi rosa.

Pepper Winters, fai del tuo peggio e sorprendimi!