Review Party: Recensione di “The Ghost Bride. Il Matrimonio Fantasma” di Yangsze Choo

« Con davanti l’accecante luce del sole, riuscivo a vedere il flusso del sangue scorrermi nelle palpebre. Morire mi pareva impossibile, incredibile. »

Nella Malesia di fine 1800, la famiglia Pan dovrebbe godere di ricche opportunità per un futuro più che agiato. Eppure, la disgrazia si è abbattuta sui suoi componenti e, dopo la morte della madre, la giovane Li Lan osserva suo padre cadere sempre più nel baratro dell’oppio.

Un barlume di speranza giunge con la proposta di matrimonio della famiglia Lim, che ben presto risulta essere tutt’altro che un’unione ordinaria: il suo futuro sposo, Lim Tian Ching, è deceduto prematuramente e il loro legame è volto a spazzare via l’inquietudine che quella tragedia ha portato con sé.

Come può rifiutarsi la giovane, quando lo spirito di Tian Ching inizia a perseguitarla nel sonno?

In perfetto stile orientale, Yangsze Choo ha tessuto una storia originale e intrigante, diversa da quelle canoniche che siamo abituati a vedere sugli scaffali, in quanto la cultura cinese è sempre lontana da quelle cui siamo abituati. L’accuratezza storica catapulta il lettore in una realtà palpabile di cui si ha sempre più la curiosità di scoprire. I personaggi sono ben caratterizzati e definiti, ognuno sorprende il lettore a proprio modo. La trama attira fin dalla prima pagina, in un crescendo che non accetta di arrivare all’epilogo e che vuole molto di più, vuole subito il libro successivo della serie.

Di quest’opera è in programma per Netflix una trasposizione in serie tv. Sono davvero molto curiosa di vederla, per tornare a farmi incantare dalla cultura cinese che spesso appare come una fiaba raffigurata con delicati tratti, ma che sa trasmettere intense emozioni.

Review Party: Recensione di “Il treno di cristallo” di Nicola Lecca

« Immagina le formiche mangiare con ingordigia le briciole dei cuori strappati a morsi dai carnefici e si accorge di quanto potenti possano essere le parole. Incontrarsi col mondo comincia ad affascinarlo: e mai avrebbe pensato che sarebbe stato così imprevedibile. »
A volte, per crescere e conoscere sé stessi, è necessario allontanarsi dalle abitudini e dai luoghi del quotidiano.

Aaron si è affacciato all’età adulta ma ancora non conosce nulla al di fuori della gelateria Morelli in cui lavora a Broadstairs e della depressione che affligge da sempre la madre Anja, che si attacca a lui in modo morboso e ossessivo. Cerca di evadere come può, grazie alla compagnia del fidato collega Gennarino e all’amore a distanza condiviso con Crystal. Eppure, non esiste soddisfazione nella sua vita e il comportamento ambiguo della ragazza, che rifiuta categoricamente un vero incontro, non fa altro che frustrarlo ancora di più.

Il cambiamento gli giunge addosso come un fiume in piena, quando riceve una lettera da Zagabria con cui viene convocato per la lettura del testamento del padre appena defunto. Di lui, il ragazzo non sa nulla, men che meno che fosse vivo fino a poco prima. Facendosi coraggio e tenendo il tutto nascosto a sua madre, Aaron prende il treno che lo porterà verso un destino nuovo, lastricato di nuovi incontri, difficoltà e una visione del mondo fino a quel tempo sconosciuto.

Le storie di Nicola Lecca le riconosci da un unico comune denominatore: il viaggio evolutivo dei personaggi che crea. In questo, “Il treno di cristallo” ha la chiave proprio nel titolo e porta il lettore all’interno di vite apparentemente comuni che possono rendere la sua, di vita, straordinariamente più ricca rispetto che in precedenza. Aaron nel corso del suo percorso prende diversi treni fisici che lo accompagnano in luoghi affascinanti e suggestivi, in mezzo a persone dalla morale più disparata e incontro a decisioni che mai avrebbe pensato di dover prendere. Sono queste che lo conducono per mano su treni diversi da quelli di prima e che lo porteranno verso una nuova consapevolezza di sé stesso.

Durante questo viaggio avrete fame, non solo di conoscere cosa aspetterà Aaron al capolinea, ma anche di cibo e posti reali: rimarrete incantati dalle descrizioni delle architetture e non potrete fare a meno di deglutire, desiderosi dei piatti che magistralmente compaiono attraverso l’olfatto e il gusto. Darei oro, per un appetitoso cartoccio di fish and chips.

Nicola Lecca ha sempre la capacità di colpire il cuore di chi legge i suoi libri in un modo ogni volta diverso e sorprendente, perché tocca punti dell’animo che disorientano, portano alla riflessione e infine al coraggio di cambiare la propria direzione verso ciò che davvero può renderci migliori.
Il suo stile narrativo è coinvolgente e riesce sempre a lasciare col fiato sospeso, in tensione, fino all’ultima pagina.

Ogni suo romanzo richiede una cura minuziosa e “Il treno di cristallo” è l’ennesima prova che ogni attesa viene ben ripagata, con una lettura che scorre inesorabile e dura sempre troppo poco, indipendentemente dal numero di pagine. Questo perché della sua letteratura non se ne ha mai abbastanza e si desidera esplorare all’infinito le vite dei personaggi anche dopo l’epilogo, per accertarsi che tutto vada davvero bene, da dopo quel punto d’inchiostro su carta in avanti.

Come all’inizio della lettura l’ho accolto con un “bentornato”, ora è davvero arrivato il momento di congedarlo un’altra volta. Arrivederci, al prossimo libro.

INTERVISTA ALL’AUTORE

In questo evento, i blogger partecipanti hanno avuto la possibilità di fare alcune domande all’autore, che ringrazio per l’opportunità che ci ha concesso. Di seguito, quelle che ho posto personalmente.

Ogni libro che ha scritto è caratterizzato dai viaggi che lei stesso fa: quali sono gli elementi in merito che le comunicano la giusta ispirazione?
Sono un collezionista di città. Ne ho visitate circa 400. L’ispirazione necessita del tempo vuoto: quello che non esiste più. Perché, ormai, il tempo lo riempiamo: terrorizzati come siamo dall’affrontarlo. Dallo specchiarci in esso. Io il tempo vuoto, invece, lo coltivo e lo nutro. Nasce così l’ispirazione che produce frutti eterni e riesce a curare menti e cuori.
Racconto il mondo. Porto i lettori lontano da sé e li apro al mondo. Per far questo devo viaggiare, ma soprattutto osservare, catalogare, scegliere….
I processi di gestazione e scrittura di tutte le sue opere richiedono sempre diversi anni prima di vedere la pubblicazione: cosa porta a periodi così lunghi di concentrazione su una singola storia?
Come tutti i miei precedenti romanzi anche “Il treno di cristallo” è un’opera di sartoria. Ogni dettaglio, ogni personaggio, ogni parola sono stati pazientemente vagliati con una precisione da orologiai per creare una scrittura ipnotica capace di trasportare il lettore lontano da sé e condurlo in mondi nuovi attraverso nuovi modi di pensare.  Una volta uno scrittore che stimo, riferendosi ai miei libri, mi ha detto: “Tu mi piaci perché cambi il mio immaginario.” Ecco: non rinuncerei mai a fare del mio meglio per cedere alla tentazione della fretta…

Review Party: Recensione di “Come neve che cade” di Kristin Hannah

« Ma Vera sa bene che certe promesse non hanno senso: è inutile sia pretenderle che sentirsele rivolgere. E, quando si volta verso sua madre, quella verità è nei loro sguardi. »

Quali profondi segreti possono annidarsi nel passato di una qualsiasi famiglia? Si può davvero comprendere la sofferenza dietro a ogni più difficile decisione?
La famiglia Whitson è caratterizzata dal delicato quanto complesso rapporto tra le donne di casa, alle prese con il dramma del lutto: la madre Anya non è mai riuscita ad avere un reale legame con le figlie Meredith e Nina e con il sopraggiungere dell’età adulta i rapporti si sono sfaldati sempre di più. Ora Meredith dirige l’impresa di famiglia a Washington e Nina gira il mondo, ovunque la notizia la porti. Due sorelle opposte, ma accomunate dal desiderio di attenzione nei confronti della madre.
Ma Anja si è chiusa nel suo dolore e nell’amore per Evan che non può lasciar andare. L’attaccamento ai sentimenti e ai ricordi le fa perdere di vista il presente, in cui le figlie hanno un ruolo marginale nella sua vita. Getta tutto all’interno di una fiaba, quella della contadina Vera e del Cavaliere, in cui sfoga il desiderio di sentirsi di nuovo appartenente a qualcosa. Perché nel suo passato è nascosto qualcosa che le dà il tomento e per cui al tempo stesso vorrebbe chiedere perdono.
Può l’amore risolvere le difficoltà che bloccano la mente?
Con il suo inconfondibile stile, Kristin Hannah torna nelle librerie italiane con una storia incredibilmente ricca di particolari, che si incastrano alla perfezione tra loro fino a creare un quadro realistico e carico di emozioni. Non è un compito facile, quello di esplorare in vicende drammatiche per poter ricostruire le origini di un individuo e collocarlo nella sua vita presente. Al tempo stesso non è difficile comprendere la delusione e la rabbia negli occhi di chi vive attorno a quello stesso individuo ed è comprensibile il desiderio di allontanarsi, nonostante la forza delle proprie radici si fa sentire costantemente. La metafora della fiaba è perfetta per veicolare in un tono poetico gli orrori di un’infanzia da dimenticare e il desiderio di riscatto e perdono che ha origine dall’amore per la propria famiglia. 
“Come neve che cade” è un romanzo emotivamente travolgente e sorprendentemente interessante da esplorare per l’originalità della struttura narrativa e per i colpi di scena che, nonostante si presentino delicatamente al lettore, fanno male allo stomaco e lasciano senza fiato.

Review Party: Recensione di “Il ragazzo che decise di seguire suo padre ad Auschwitz” di Jeremy Dronfield

« Non riusciva nemmeno a chiedersi come se la sarebbe cavata se il ragazzo non l’avesse seguito di sua spontanea volontà. Lo spirito della promessa infranta di tanto tempo prima viveva nel ragazzo, il legame che univa padre e figlio e che li aveva tenuti in vita fino a quell’istante. Se davvero fossero morti lì, quantomeno non sarebbero stato soli. »

Quando il tappezziere ebreo Gustav Kleinmann viene costretto a partire per la Germania su uno di quei famosi treni che tutti temono e vogliono evitare, sa che lui e il figlio Fritz stanno andando incontro a morte certa. Perché essere un ebreo nel 1939 non è facile, essere umano lo è ancora meno. Ha inizio un calvario interminabile, che porta alla separazione del padre dal figlio. Ma Fritz non lo vuole abbandonare e, nonostante tutti gli dicano di dimenticarlo per avere salva la vita, il ragazzo pretende di salire su uno dei vagoni diretti verso Auschwitz. 

Gustav intanto scrive, di sé, della sua famiglia, della sua nuova esistenza in gabbia. Il suo diario diventa una testimonianza fondamentale degli errori indicibili dei nazisti ma anche un simbolo del legame famigliare che può essere più potente di coloro che tentano in ogni modo di spezzarlo. 
Questo prezioso libro, edito per HarperCollins, rappresenta una storia unica che descrive l’Olocausto sia nelle vicende più drammatiche che in quelle piene di speranza, date da un’atmosfera incredibilmente delicata ed emotiva. Jeremy Dronfield narra con uno stile abile, intenso e diretto, la storia di una famiglia condannata a morte certa, evidenziando però ogni particolare che li rende ancora vivi e certi di potersi ritrovare, quando tutto sarà finito. 
Un romanzo per niente facile, ma nessuno di questo genere lo è mai, che è importante per continuare a tenere presente la memoria di coloro che non ci sono più direttamente a raccontarsi al mondo.

Review Party: Recensione di “La piccola farmacia letteraria” di Elena Molini

« Ebbi per la prima volta, dopo tanto tempo, la sensazione che le cose sarebbero andate per il verso giusto. Avevo bisogno di sperare che fosse così. »

Blu ha un obiettivo nella sua vita: far diventare la propria passione per i libri un vero e proprio lavoro. I tentativi sono già stati innumerevoli, ma nessuno soddisfacente abbastanza per le sue ambizioni. Così, nasce la Piccola Farmacia Letteraria, un luogo caldo e accogliente di sua invenzione in cui la donna può diffondere la letteratura attraverso le storie che si trasformano, per i clienti, in veri e propri toccasana per l’animo.
Avete presente quando un libro parla al vostro io interiore fin dalla prima pagina? Ma che dico dalla prima pagina, soltanto dalla copertina?
Ecco, “La piccola farmacia letteraria” mi ha toccato profondamente dal primo istante in cui l’ho visto. Perché in fondo tutti coloro che hanno questa incredibile passione che è la lettura hanno lo stesso identico sogno della protagonista: poter avere la possibilità di vivere ogni giorno per quel mondo che tanto amiamo. A me in particolare, questa storia ha fatto piangere, perché mi ricorda gli obiettivi dell’adolescenza, i sogni post diploma annebbiati dall’università e infine i fallimenti che ancora adesso mi trascino appresso. Vedere che c’è chi ce l’ha fatta mi fa commuovere oltremodo.
Non è una recensione obiettiva, me ne rendo conto, ma di fronte a questo libro non riesco proprio ad esserlo.
I desideri di Blu sono i miei stessi desideri, che sempre più intensamente bussano alla mia mente e che si scontrano con le difficoltà che mi sembrano sempre così tanto insormontabili da superare. Questo libro mi fa piangere perché è esattamente ciò che vorrei per la mia vita.
Con uno stile semplice, scorrevole, ma che sa comunicare a tutti, Elena Molini ha raccontato quella che di fatto è la sua storia e di quella piccola Farmacia che esiste davvero e ha il suo cuore nella meravigliosa Firenze. Devo assolutamente tornarci, per poterla conoscere di persona e ringraziarla per tutto: per le lacrime, per la gioia, per l’ispirazione a continuare a lottare per il mio personale sogno.
Chissà se un giorno anche questa piccola tana potrà davvero essere un luogo fisico aperto a tutti coloro che desiderano entrarvi. Per quattro chiacchiere, un libro letto comodamente in poltrona, un aromatico té a profumare gradevolmente l’ambiente.