
Sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla storia di Ingrid Rivi, che ha saputo intrattenermi durante il corso di una giornata grazie a uno stile scorrevole e incisivo. Più di tutto ho apprezzato la caratterizzazione dei protagonisti, che si liberano degli stereotipi tipici risultando realistici e per nulla scontati. Andrea mi è piaciuta all’istante, sia per la sua forza e indipendenza ma anche per il desiderio della maternità, che non è spinto da regole morali o sociali ma dalla sua genuina volontà di creare una famiglia. Patrick parte come il classico donnaiolo fin troppo sicuro ma si scioglie subito, spiazzato dai suoi stessi sentimenti che lo portano a voler davvero cambiare vita. Il loro legame si basa non solo sull’attrazione reciproca, ma soprattutto sulle insicurezze e sul timore di fare la mossa sbagliata e mandare all’aria tutto. La continua ricerca della felicità è un elemento che fa riflettere e per poterla raggiungere non solo bisogna guardare al futuro ma anche chiudere totalmente i conti con i tormenti del passato. Questo è il rischio più grande che dovranno correre: allontanarsi ma senza perdersi davvero di vista. Per tutto quello che c’è dietro a questa storia, avrei reso il titolo e la copertina più accattivanti, perché finiscono a parer mio per distorcere il vero significato del libro, risultando davvero poco d’impatto e facendolo risultare trascurabile all’apparenza. L’unico elemento che mi ha fatto storcere il naso è il trattamento riservato a Teo. Il ragazzo è un nerd e questo viene utilizzato nella sua accezione negativa, perché il suo voler giocare a World of Warcraft con gli amici lo rende immaturo e lo distanzia da ciò che è davvero importante secondo i canoni classici, ovvero mettere la testa a posto e farsi una famiglia con Andrea. Ecco, io capisco che fosse necessario creare un punto di rottura tra la coppia, comprendo anche che i due personaggi viaggiassero su due fronti paralleli da sempre, comprendo tutto. Ma ho trovato pessimo usare questo stratagemma, ovvero affibbiare al personaggio un’etichetta che l’avrebbe messo a prescindere in una condizione di svantaggio, per come “il nerd” viene concepito dalla massa. Lo dico perché io stessa lo sono ma non per questo reputo che passioni come i videogiochi siano fuorvianti per le cose che socialmente parlando sarebbero più importanti, ovvero creare una famiglia, soprattutto arrivati a una certa età. Voglio credere che non fosse nelle intenzioni dell’autrice dare questa negativa chiave di lettura, ma purtroppo ai più potrebbe risultare giusto che Teo venga trattato in questo modo. Il suo cammino verso la felicità è staccato e diverso da quello di Andrea, ma avrei preferito che alla loro rottura si arrivasse per altre vie e con motivazioni differenti. A parte questo, come già affermato prima, ho trovato nel complesso la lettura piacevole e interessante.